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venerdì 8 settembre 2017

Il Corpo di Cristo va nello sciacquone? Digestione cristiana e merda eucaristica

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Fratelli esegeti,
Uno degli ultimi articoli offre tantissimi spunti di studio e meditazione, ma uno di questi provoca grande turbamento al mio spirito: si tratta della Santa Eucaristia. Il grano e il vino trasformati nel corpo e nel sangue di nostro Signor Gesù Cristo.
Non mi riferisco, ovviamente, al mistero della transustanziazione che tra i tanti doni che Gesù ci elargisce è il più generoso: il Suo Santissimo corpo che, assimilato nel nostro attraverso l’Eucaristia, purifica e santifica la nostra anima.
Sto parlando del processo digestivo che l’Ostia Santissima subisce durante il transito intestinale che la trasforma in escrementi.

Non vorrei apparire brutale ma mi chiedo come si può interpretare tale orrore? Anche il Santissimo corpo di Cristo, dunque, è soggetto alla legge della termodinamica secondo cui tutto finisce in merda?
Zaratustra
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Fratello in Cristo Zaratustra,
le implicazioni dei processi digestivi sulla presenza del Corpo di Cristo dentro di noi non è cosa nuova agli occhi della Fede.
L’Eucaristia non è infatti un atto simbolico, come credono i protestanti: è un vero e proprio atto di cannibalismo! La sostanza di Cristo, il corpo e lo spirito del Salvatore prendono la forma di pane e vino che diventano vera carne e vero sangue di Cristo pur mantenendo le apparenze di un frugale pasto: si chiama transustanziazione, la sostituzione di una sostanza ad un’altra al di là dell’apparenza.
Si tratta di ingestione reale del Corpo e del Sangue del Cristo: Gesù penetra dentro di noi, attraversa il nostro corpo e, da questo, nella nostra anima. Perché si chiama Comunione? Perché Gesù "entra in comunione" con noi, con la Sua Chiesa, non lo fa infatti isolatamente: il sacramento dell’Eucaristia è infatti un momento collettivo, un momento di unione di Dio stesso coi Sui fedeli. Nostro Signore ci penetra, entra nei nostri cuori e nei nostri corpi e noi in Lui.
“Mangiare di baci” spesso si dice quando la fisicità pervade il nostro affetto spirituale, quando, per esempio, teniamo fra le braccia un neonato: mangiare è il modo in cui la fisicità ci consente di sentire dentro di noi la cosa amata! Ed è proprio quanto ci è stato concesso da Nostro Signore col suo sacrificio: mangiarlo per sentirlo dentro di noi, non solo simbolicamente ma fisicamente. I cannibali mangiavano il cuore dei nemici più valorosi per acquisire, ma anche continuare a fare vivere quel coraggio dentro se stessi. Al funerale del parente anziano, i parenti di queste popolazioni, riuniti per l’ultimo saluto, mangiano insieme un pezzo del corpo del loro caro per tenerlo in vita dentro di loro: il cannibalismo è rendere onore e tenere in vita, ma anche nutrirsi delle virtù del defunto!
Roberto Vecchioni, valido cantore della fede cristiana, ha dedicato al sacrificio di Nostro Signore una canzone rappresentandoLo in veste di cantautore che viene "sparato" (crocefisso) dai suoi fans (fedeli):

E con il mento fra le due assi,
steso sul palco con gli occhi bui,
sentì gridare dietro quei passi:
"Se lo mangiamo siam come lui"


Se lo mangiamo siam come Lui! E il sottotitolo della canzone (Vaudeville) è addirittura Ultimo giorno cannibale, nulla di simbolico dunque, secondo il Vecchioni, esperto biblista e insegnante universitario di lingue classiche e teologia.
Il sacrificio dell’agnello nell’Antico Testamento, il sangue versato erano solo atti simbolici:
(Lv 14,24) Il sacerdote prenderà l'agnello del sacrificio di riparazione e il log d'olio e li presenterà con il rito di elevazione davanti al Signore.
(Lv 14,25) Poi scannerà l'agnello del sacrificio di riparazione, prenderà del sangue della vittima di riparazione e lo metterà sul lobo dell'orecchio destro di colui che si purifica, sul pollice della mano destra e sull'alluce del piede destro.
(Es 24,8) Mosè prese il sangue e ne asperse il popolo, dicendo: «Ecco il sangue dell'alleanza che il Signore ha concluso con voi sulla base di tutte queste parole!».
Come poteva il sangue di una povera bestiola avere un impatto spirituale? Infatti veniva promessa una nuova alleanza dove il sangue sarebbe stato veramente purificatore dei peccati e non più solo simbolo: (Ger 31,31) Ecco, verranno giorni, oracolo del Signore, nei quali … concluderò un'alleanza nuova.
(2Cor 3,6) nuova alleanza, non della lettera, ma dello Spirito; perché la lettera uccide, lo Spirito invece dà vita: non la lettera, ovvero il simbolo, ma lo Spirito, ovvero la Vita: è ciò che ci viene donato durante l’ultima cena. Il Corpo di Cristo come nutrimento dell’anima, ma attraverso il fisico.
Nel mangiare Nostro Signore teniamo in vita le sue spoglie terrestri dentro di noi e, al tempo stesso, ne acquisiamo la potenza del perdono dei peccati: (Rm 11,27) Sarà questa la mia alleanza con loro quando distruggerò i loro peccati.
(Mt 26,28) perché questo è il mio sangue dell'alleanza, che è versato per molti per il perdono dei peccati.
(1Cor 11,25) Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: «Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me.
Cristo entra in noi: ci penetra oralmente! Entra dentro di noi ed infonde in noi se stesso, spirito e corpo.
Il bianco dell’ostia rappresenta al meglio la potenza della Sua benedittanza, il biancastro e l’appiccicaticcio contro il palato, la discesa lungo l’esofago, l’impatto coi succhi gastrici che accuratamente manteniamo liberi da cibi impuri grazie al digiuno per non offendere il Suo passaggio dallo stomaco, il punto più importante in quanto il più vicino al cuore: (Eb 8,10) dice il Signore: porrò le mie leggi nella loro mente e le imprimerò nei loro cuori.
Ma, ed è questo il punto che il nostro fratello Zaratustra evidenzia, dove finisce il viaggio del Corpo di Cristo dentro di noi? Svanisce nel nulla? Attraversa l’intestino? Se vi è digestione reale, alla fine vi sarà produzione di escrementi, un’espulsione, ovvero un’evacuazione.
Secondo San Tommaso nella sua Summa Theologiae, le specie sacramentali possono corrompersi e, in questo caso, il corpo e il sangue di Cristo non rimangono più nel sacramento. Giovanni Paolo II nell’Ecclesia de Eucharistia conferma tale teoria, infatti parlando delle ostie consacrate ma non adoperate, afferma che “La presenza di Cristo sotto le sacre specie che si conservano dopo la Messa … perdura fintanto che sussistono le specie del pane e del vino”.
L’interesse del Papa, però, è rivolto solo a quel che avviene nella pisside e nel calice, anteriormente dunque all’assunzione da parte del fedele e indipendentemente da essa, ma non vi è motivo che le parole del Papa non valgano anche dopo l’ingestione.
Non c’è quindi via d’uscita (o meglio la via d’uscita purtroppo c’è: ed è una sola!): se di corruzione si parla, se un minimo ingiallimento dell’ostia o inacidimento del vino può corrompere tanto da fare perdere le caratteristiche del corpo di Cristo, come le trasformazioni che avvengono nel nostro corpo possono non interrompere la presenza divina? In prossimità del cuore avremmo di nuovo solo i residui digestivi!
Le sostanze organiche dell’ostia e del vino subiscono la medesima sorte di qualsiasi altra sostanza che venga ingerita, vengono trasformate per essere in parte assimilate e in parte espulse.
Per evitare di arrivare a trovare Gesù nelle nostre feci occorrere fissare un termine, un istante in cui tale corpo e tale sangue cessano di “essere” il pane e il vino.
Possiamo individuare una “scadenza” per la presenza del corpo e del sangue di Cristo nel fedele dopo la comunione?
Il Catechismo di san Pio X diceva che “dopo la comunione Gesù Cristo resta in noi finché durano le specie eucaristiche” (n. 344) e il Catechismo della Chiesa cattolica conferma: “la presenza eucaristica di Cristo ha inizio al momento della consacrazione e continua finché sussistono le specie eucaristiche” (n. 1377).
Ma non viene indicato un istante preciso.
Il teologo domenicano Roberto Coggi dice qualcosa di più: la presenza di Gesù “cessa al momento dell’assimilazione” .
In un’altra occasione però sempre padre Coggi dice che Cristo è presente “fisicamente” nel fedele per circa quindici minuti.
In altra ancora dice “fino a che comincia la digestione”.
Già; ma “prima digestio fit in ore”.
Grande confusione! Questo perché semplicemente le Scritture non sono di aiuto e non lo sono perché non è necessario: è tutto ovvio e chiaro!
È chiaro che già la saliva inizia l’opera di trasformazione biochimica sul pane, e in modo ancora più incisivo sul vino. In ogni caso, qualche secondo più tardi, quando con la deglutizione le sacre specie raggiungono lo stomaco, l’azione degli acidi gastrici conferisce loro un aspetto assai diverso da quello accattivante che avevano prima dell’ingestione, come capita di constatare ogni volta che qualcosa viene espulso dallo stomaco per un conato di vomito.
La trasformazione è lenta e graduale e inizia dal contatto con le labbra.
Non può quindi essere questa ad allontanare il Signore dall’eucaristia.
Ma se Gesù è in quel conato di vomito (che non ha ancora raggiunto i villi per l’assimilazione) non vi è motivo scritturale perché non vi permanga anche dopo e non raggiunga anche la fogna attraverso le nostre feci.
O l’identificazione cessa al primissimo contatto dell’ostia o del vino con la lingua o le labbra del fedele, oppure tutte le trasformazioni successive ci conducono alla presenza di Gesù nella nostra cacca.
Ma la prima ipotesi è assolutamente contraria allo spirito dell’eucarestia. L’ostia e il vino vengono normalmente percepiti ed accolti dal fedele come presenza del Cristo che non può cessare immediatamente dopo l’assunzione se non vanificandone il significato stesso di nutrimento spirituale del pane e del sangue del Redentore.
Appare quindi inevitabile che ciò che entra nel corpo sotto le specie del pane e del vino vi permanga poi, in successione, sotto quelle del bolo, del chimo, del chilo e delle feci.
Riassumendo: o la presenza del Cristo nel fedele comunicatosi dura soltanto pochi secondi, oppure si protrae sino all’espulsione delle sostanze in cui le sacre specie si sono trasformate.
È quindi necessario e opportuno trattare le feci eucaristiche con il dovuto rispetto, fare in modo da non mescolarle con feci prodotte dall’ingestione di volgari cibi quotidiani, conservarle e magari riciclarle preparandole con sacre ricette: molte sono d’altra parte le creature di Dio che si nutrono riciclando le proprie feci e quale nutrimento merita tale attenzione se non il corpo di Nostro Signore?
pinzimonio di diarrea?

Dio Merda per tutti quindi:
  • inscatolata e sigillata per l'eternità su esempio dell'artista Piero Manzoni,
  • in una bella piadina insieme a qualche cucchiaio di Nutella, 

    Piadina con stronzo e nutella?
  • in un tortino con le fragole, panna e cacao, 
  • un una coppetta come gelato dopo averla tenuta in freezer,
  • e, in nel caso di diarrea, per intingervi sedani e carote in un bel pinzimonio!

Benedittanza

Quanta le ostie e il vino andati a male nei tabernacoli
Quanta il corpo di Cristo sprecato da una cattiva digestione
Quanta la sacra merda di Dio riciclata dai bravi cristiani

Tancredi